“Una concubina ritrova la gioia di vivere, una ragazza conquista finalmente il cuore dell’amato, una coppia gay in fuga vive una luna di miele, un uomo scontroso e burbero si trasforma in un gentiluomo…
Dove? Al Lumachino, il ristorante dell’amore ritrovato, dove si possono gustare prelibatezze che fanno bene al cuore.”
Questa è una recensione alla quale sono affezionata già adesso, prima che abbia finito di scriverla.
Perchè è una recensione scritta sotto una coperta morbida, accompagnata da una tisana alla liquirizia e dalla maestosa sensazione che dà la guarigione. Sì, questo è il racconto di una guarigione, di un ritorno e di una riscoperta.
Poco più di un anno fa aprivo questo blog, e lo facevo con le migliori intenzioni: sì, sarei stata costante, sarei stata sincera, sarei stata coraggiosa, sarei stata rispettosa di me stessa. Ne ho curato la grafica al meglio delle mie (mediocri, ahimè) possibilità, ho riversato in quel primo e unico post tutto il meglio che potevo, ho amalgamato in quella mousse di riso la parte più tenera e vera di me.. eppure da lì in poi, silenzio.
Di ricette seguite alla lettera o completamente inventate ce ne sono state parecchie, da allora, di libri anche; e spesso il pensiero è corso a questa creatura piccola piccola, abbandonata senza un vero motivo. Ma la strada per arrivare a se stessi, si sa, è lunga e fin troppo tortuosa: si ha bisogno di solitudine e silenzio, si ha bisogno di cercarsi a fondo e punirsi, a volte.
E’ passato un anno lungo come una complicatissima operazione chirurgica, e al risveglio -tadàn!- c’ero ancora. Ancora intera, forse più di quanto non lo sia mai stata in tutta la vita. E allora sono corsa qui, come si corre tra le braccia di un amante che abbiamo lasciato stupidamente e a malincuore, con la stessa frizzante speranza con cui ho cominciato.
Sono corsa qui per raccontare di un libro non troppo profondo, che alcuni potrebbero definire addirittura frivolo, ma che alla fine di questo aspro percorso, ha saputo raccontarmi in modo chiaro e forte delle possibilità che vanno lasciate correre libere e forti, dello spirito immenso che risiede in ognuno di noi, dell’equilibrio che ci salva solo se conquistato e della magnificenza del ritrovarsi.
Questa la trama, riportata pari pari, come da quarta di copertina:
“Ringo, una ragazza che lavora nelle cucine di un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa con l’intenzione di preparare una cena succulenta per il suo fidanzato col quale convive da un po’. Con suo sommo sgomento, però, scopre che l’appartamento è completamente vuoto. Niente televisore, lavatrice, frigorifero, mobili, tende, niente di niente.
Spariti persino gli utensili in cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset acquistata con la paga del suo primo impiego, il coltello italiano ricevuto in occasione del suo ventesimo compleanno. E, soprattutto, sparito il fidanzato indiano, maître nel ristorante accanto al suo, un ragazzo con la pelle profumata di spezie.
Lo choc di Ringo è tale che resta impietrita al centro della casa desolatamente vuota, la voce che non le esce più dalla bocca. Decide allora di ritornare al villaggio natio, dove non mette più piede da quando, quindicenne, è scappata di casa in un giorno di primavera.
Là, appartata nella quiete dei monti, matura il suo dolore. Una mattina, però, osservando il granaio della casa materna, Ringo ha un’idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti.
Con l’aiuto del valente Kuma-san, l’ex factotum della scuola elementare del villaggio, il cui cuore è stato infranto dalla bella Shiñorita, un’argentina scappata in città, Ringo risistema il granaio. Pareti tinteggiate d’arancio, posate di epoca vittoriana e di epoca Taish e, nel giro di qualche mese, il Lumachino, così la ragazza battezza il ristorante, apre i battenti.
La prima cliente è la Concubina, la triste amante di un influente politico locale, passato a miglior vita diversi anni prima. Sulla tavola, in un tripudio di colori, odori e bontà senza pari, si alternano piatti gustosissimi che attingono alle cucine più famose: giapponese, italiana, cinese e francese su tutte. L’indomani, la Concubina, agghindata di solito a lutto con una lunga veste nera, passeggia con un cappotto rosso fuoco e un magnifico colbacco di pelliccia, e il suo atteggiamento schivo ha lasciato spazio a una marcata allegria. La medesima cosa accade a tutti i clienti del Lumachino: una ragazza riesce a fare innamorare di sé l’ex compagno di classe che l’aveva sempre ignorata, una coppia gay in fuga d’amore tra i monti trasforma il soggiorno in una luna di miele, un uomo burbero e scorbutico diventa un gentiluomo e così via.
In breve, la notizia della magia del Lumachino si diffonde in tutto il circondario, e il successo è così garantito, poiché tutti vogliono sedersi alla tavola del ristorante dell’amore ritrovato.”
Una delizia leggera e profumata che mi ha ispirato due piatti (dolci, ancora una volta!) profondamente diversi tra loro, ma che a loro modo raccontano e celebrano il medesimo sentimento: una torta al cacao, farcita di crema al cioccolato e guarnita con ganache fondente e ribes fresco, e una semplice coppa di frutta cotta con vino rosso e chiodi di garofano.
Una torta sontuosa -e decisamente ipercalorica!- di quelle che si riservano alle occasioni speciali, per festeggiare un ritorno che è insieme punto di arrivo e di partenza, e qualche cucchiaiata di quello che per me è un comfort-food per eccellenza: pere e uva fragola ancora tiepide, magiche nel loro semplicissimo sciroppo, per celebrare (assai banalmente, ma io sono persona notoriamente banale, checcevojamofà) l’estrema bellezza delle cose semplici, che ti fanno sentire finalmente a casa.
Una ricetta che è l’antitesi dell’altra, per sorridere della stessa cosa.
In fondo, anche questo è equilibrio.
P.S.: Per questa volta niente dosi e modalità di preparazione, perdonatemi. Ho usato un misto di ricette e non saprei ricordare le modifiche varie ed eventuali, da brava rimbambita. Ad ogni modo, per la torta, vi sarà sufficiente un’ottima ricetta per pan di spagna al cacao, crema pasticcera al cacao anch’essa e poi una bella colata di ganache al cioccolato ben consistente. La frutta cotta è, invece, di una facilità commovente: pere, uva fragola e uva bianca (ma anche mele, fichi o qualsiasi altro frutto che vi piace) ben annaffiati di vino rosso, un po’ di zucchero di canna, qualche chiodo di garofano e una stecchetta di cannella… e via in forno (o anche in un tegamino sul fuoco basso basso, volendo)!




