Il ristorante dell’amore ritrovato, Ito Ogawa, edizioni Neri Pozza, pagg. 184

“Una concubina ritrova la gioia di vivere, una ragazza conquista finalmente il cuore dell’amato, una coppia gay in fuga vive una luna di miele, un uomo scontroso e burbero si trasforma in un gentiluomo…
Dove? Al Lumachino, il ristorante dell’amore ritrovato, dove si possono gustare prelibatezze che fanno bene al cuore.”

Questa è una recensione alla quale sono affezionata già adesso, prima che abbia finito di scriverla.

Perchè è una recensione scritta sotto una coperta morbida, accompagnata da una tisana alla liquirizia e dalla maestosa sensazione che dà la guarigione. Sì, questo è il racconto di una guarigione, di un ritorno e di una riscoperta.

Poco più di un anno fa aprivo questo blog, e lo facevo con le migliori intenzioni: sì, sarei stata costante, sarei stata sincera, sarei stata coraggiosa, sarei stata rispettosa di me stessa. Ne ho curato la grafica al meglio delle mie (mediocri, ahimè) possibilità, ho riversato in quel primo e unico post tutto il meglio che potevo, ho amalgamato in quella mousse di riso la parte più tenera e vera di me.. eppure da lì in poi, silenzio.

Di ricette seguite alla lettera o completamente inventate ce ne sono state parecchie, da allora, di libri anche; e spesso il pensiero è corso a questa creatura piccola piccola, abbandonata senza un vero motivo. Ma la strada per arrivare a se stessi, si sa, è lunga e fin troppo tortuosa: si ha bisogno di solitudine e silenzio, si ha bisogno di cercarsi a fondo e punirsi, a volte.

E’ passato un anno lungo come una complicatissima operazione chirurgica, e al risveglio -tadàn!- c’ero ancora. Ancora intera, forse più di quanto non lo sia mai stata in tutta la vita. E allora sono corsa qui, come si corre tra le braccia di un amante che abbiamo lasciato stupidamente e a malincuore, con la stessa frizzante speranza con cui ho cominciato.

Sono corsa qui per raccontare di un libro non troppo profondo, che alcuni potrebbero definire addirittura frivolo, ma che alla fine di questo aspro percorso, ha saputo raccontarmi in modo chiaro e forte delle possibilità che vanno lasciate correre libere e forti, dello spirito immenso che risiede in ognuno di noi, dell’equilibrio che ci salva solo se conquistato e della magnificenza del ritrovarsi.

Questa la trama, riportata pari pari, come da quarta di copertina:

“Ringo, una ragazza che lavora nelle cucine di un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa con l’intenzione di preparare una cena succulenta per il suo fidanzato col quale convive da un po’. Con suo sommo sgomento, però, scopre che l’appartamento è completamente vuoto. Niente televisore, lavatrice, frigorifero, mobili, tende, niente di niente.

Spariti persino gli utensili in cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset acquistata con la paga del suo primo impiego, il coltello italiano ricevuto in occasione del suo ventesimo compleanno. E, soprattutto, sparito il fidanzato indiano, maître nel ristorante accanto al suo, un ragazzo con la pelle profumata di spezie.
Lo choc di Ringo è tale che resta impietrita al centro della casa desolatamente vuota, la voce che non le esce più dalla bocca. Decide allora di ritornare al villaggio natio, dove non mette più piede da quando, quindicenne, è scappata di casa in un giorno di primavera.
Là, appartata nella quiete dei monti, matura il suo dolore. Una mattina, però, osservando il granaio della casa materna, Ringo ha un’idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti.
Con l’aiuto del valente Kuma-san, l’ex factotum della scuola elementare del villaggio, il cui cuore è stato infranto dalla bella Shiñorita, un’argentina scappata in città, Ringo risistema il granaio. Pareti tinteggiate d’arancio, posate di epoca vittoriana e di epoca Taish e, nel giro di qualche mese, il Lumachino, così la ragazza battezza il ristorante, apre i battenti.
La prima cliente è la Concubina, la triste amante di un influente politico locale, passato a miglior vita diversi anni prima. Sulla tavola, in un tripudio di colori, odori e bontà senza pari, si alternano piatti gustosissimi che attingono alle cucine più famose: giapponese, italiana, cinese e francese su tutte. L’indomani, la Concubina, agghindata di solito a lutto con una lunga veste nera, passeggia con un cappotto rosso fuoco e un magnifico colbacco di pelliccia, e il suo atteggiamento schivo ha lasciato spazio a una marcata allegria. La medesima cosa accade a tutti i clienti del Lumachino: una ragazza riesce a fare innamorare di sé l’ex compagno di classe che l’aveva sempre ignorata, una coppia gay in fuga d’amore tra i monti trasforma il soggiorno in una luna di miele, un uomo burbero e scorbutico diventa un gentiluomo e così via.

In breve, la notizia della magia del Lumachino si diffonde in tutto il circondario, e il successo è così garantito, poiché tutti vogliono sedersi alla tavola del ristorante dell’amore ritrovato.”

Una delizia leggera e profumata che mi ha ispirato due piatti (dolci, ancora una volta!) profondamente diversi tra loro, ma che a loro modo raccontano e celebrano il medesimo sentimento: una torta al cacao, farcita di crema al cioccolato e guarnita con ganache fondente e ribes fresco, e una semplice coppa di frutta cotta con vino rosso e chiodi di garofano.

Una torta sontuosa -e decisamente ipercalorica!- di quelle che si riservano alle occasioni speciali, per festeggiare un ritorno che è insieme punto di arrivo e di partenza, e qualche cucchiaiata di quello che per me è un comfort-food per eccellenza: pere e uva fragola ancora tiepide, magiche nel loro semplicissimo sciroppo, per celebrare (assai banalmente, ma io sono persona notoriamente banale, checcevojamofà) l’estrema bellezza delle cose semplici, che ti fanno sentire finalmente a casa.

Una ricetta che è l’antitesi dell’altra, per sorridere della stessa cosa.

In fondo, anche questo è equilibrio.

P.S.: Per questa volta niente dosi e modalità di preparazione, perdonatemi. Ho usato un misto di ricette e non saprei ricordare le modifiche varie ed eventuali, da brava rimbambita. Ad ogni modo, per la torta, vi sarà sufficiente un’ottima ricetta per pan di spagna al cacao, crema pasticcera al cacao anch’essa e poi una bella colata di ganache al cioccolato ben consistente. La frutta cotta è, invece, di una facilità commovente: pere, uva fragola e uva bianca (ma anche mele, fichi o qualsiasi altro frutto che vi piace) ben annaffiati di vino rosso, un po’ di zucchero di canna, qualche chiodo di garofano e una stecchetta di cannella… e via in forno (o anche in un tegamino sul fuoco basso basso, volendo)!

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Metafisica dei tubi, Amélie Nothomb, edizioni Guanda, pagg. 121

“Un romanzo in cui l’autrice ripercorre i suoi primissimi anni di vita. Una bambina nata in Giappone da una famiglia belga, il suo passaggio da “tubo” con tre sole occupazioni, immobile e onnipotente quanto Dio, a creatura collerica e urlante, infine a essere umano che scopre la propria capacità di articolare pensieri e frasi. Una autobiografia che parla del primo impatto con la vita e dell’attrazione della morte, della scoperta del linguaggio e della bellezza della menzogna. “

Ecco cosa recita una quarta di copertina affascinante ma inutile alla descrizione di un romanzo scoppiettante e denso come ‘Métaphysique des tubes’: l’esilarante quanto filosofica descrizione dei primi due anni di vita del ‘tubo’ Amélie, neonata dalla doppia nascita; la prima, banalmente, che è l’uscita dal ventre materno, la seconda che è l’esplosione alla vita la cui miccia è nient’altro che una barretta di cioccolato bianco.

“Dio sa che dopo il viso cercherà di tendere una mano verso di lui. Ci è abituato: gli adulti avvicinano sempre le loro dita alla sua faccia. Decide che morderà l’indice della sconosciuta. Si prepara.
Appare infatti una mano nel suo campo visivo, ma – stupore! – ha una barretta biancastra tra le dita. Dio non ha mai visto una cosa del genere e si dimentica di gridare.
- E’ cioccolato bianco del Belgio, – dice la nonna al bimbo che ha appena scoperto.
Di queste parole Dio capisce solo ‘bianco’: sa cos’è, l’ha visto sul latte e sui muri. Gli altri vocaboli gli sono sconosciuti: ‘cioccolato’ e soprattutto ‘Belgio’. Intanto la barretta è accanto alla bocca.
- Si mangia, – dice la voce.
Mangiare: Dio sa cos’è. E’ una cosa che fa spesso. Mangiare è il biberon, il puré con pezzetti di carne, la banana schiacciata con la mela grattugiata e il succo d’arancia.
Mangiare ha un odore. Questa barretta biancastra ha un odore che Dio non conosce. Ed è migliore del sapone e della pomata. Dio ne ha paura e voglia allo stesso tempo. Smorfia di disgusto e acquolina in bocca.
Con un’impennata di coraggio acchiappa la novità coi denti, la mastica, ma non serve: si fonde sulla lingua, tappezza il palato, gli riempie la bocca – e accade il miracolo.
La voluttà gli dà alla testa, gli lacera il cervello e vi fa rimbombare una voce che non aveva mai sentito prima:
“Sono io! Sono io, vivo! Io parlo! Non sono né ‘egli’ né ‘lui’, io sono io! Non dovrai più dire ‘egli’ per parlare di te, dovrai dire ‘io’. E io sono il tuo migliore amico: io ti procuro il piacere.”
E’ stato allora che sono nata, nel febbraio del 1970, all’età di due anni e mezzo, sulle montagne del Kansai, nel villaggio di Shakugawa, sotto gli occhi di mia nonna paterna, per grazia del cioccolato bianco.”

Diciamoci la verità: fare del cioccolato un cibo battesimale, e del piacere una struttura dell’essere basterebbe, di per sè, a rendere questo libro un capolavoro d’intuizione e verità. Ma il romanzo in questione è anche un delizioso concentrato di fantasia acidula e ironia, il che lo consacra, ai miei occhi, come una delle cose più piacevolmente corrosive che abbia mai letto.

Riletto decine di volte, succhiato fino all’ultima particella di zucchero, avida come può esserlo una bambina alla fine del suo leccalecca, che continua e continua a mordicchiare il bastoncino bianco immaginando il sapore, ho cominciato a riflettere sull’importanza evidente che l’autrice, in questo e molti altri dei suoi lavori, attribuisce al cibo; e in particolare al cibo zuccherino e appagante per eccellenza: il cioccolato.

Il cioccolato come cibo teologale, come fonte di vita e sorgente del linguaggio; il dolce che diventa strumento di piacere, primo motore divino e forma essenziale dell’uomo. Come potevo recensire questo racconto se non con un dolce, incredibilmente dolce e ancora dolce, dolce, dolce?

Cito ancora Nothomb: Troppo dolce! “: l’espressione mi sembrava assurda quanto ” troppo bello ” o ” troppo innamorato “. Non esistono cose troppo belle: esistono solo percezioni che hanno una mediocre fame di bellezza. Parole sante.

Così è nata la mia mousse soffice di riso con panna, meringhe sbriciolate e cioccolato bianco a pezzetti, guarnita con cioccolato extrafondente (perchè sia sì dolce, ma non insopportabilmente). Un dolce accogliente e morbido come l’abbraccio della governante giapponese Nishio-san, simbolo della passione infinita di Amélie Nothomb per il ‘suo’ Giappone (da qui l’idea della mousse di riso), in cui sgranocchiare a grosse cucchiaiate quel piacere distillato di peonia appena schiusa che solo un cubetto di cioccolato che crocchia tra i denti può regalare.


Ingredienti:

Per la mousse (la cui ricetta mi è stata donata da una cuoca straordinaria, mamma):

-mezzo litro di latte parzialmente scremato

-250 ml di panna fresca

-100 gr di zucchero

-50 gr di farina di riso

-1 baccello di vaniglia

A parte:

-100 gr di buon cioccolato bianco sminuzzato grossolanamente, a mano(trattiamolo col dovuto rispetto, dopotutto è il nostro ingrediente sacro!)

-250 ml di panna fresca

-pochissimo zucchero a velo (servirà a zuccherare la panna, usatelo a vostra discrezione)

-6 meringhe medie

-cioccolato extrafondente q.b.

Procedimento:

Scaldare 400 ml di latte, unendo lo zucchero e il baccello di vaniglia opportunamente aperto (il profumo dei semini neri è a dir poco ultraterreno). A parte, stemperare la farina di riso nei rimanenti 100 ml di latte freddo, e unire i due composti. Trasferite il tutto sul fornello, a fuoco medio e possibilmente con uno spargifiamma. Portate a bollore, e godetevi il profumo per circa 3 minuti. E la mousse è quasi pronta. Intanto che la crema si raffredda, montate 250 ml di panna e zuccheratela (poco) con zucchero a velo. Infine unite, con delicatezza, la panna montata alla crema di riso, e a parte montate la restante panna. E’ arrivato il momento di assemblare: procedete per strati, iniziando con le meringhe sbriciolate, la mousse di riso, e continuando con la panna montata, il sacro cioccolato bianco a pezzetti, poi ancora mousse di riso e, se desiderate stemperare la dolcezza estrema del composto, finendo con una piccola tempesta di cioccolato extrafondente.

E poichè “Sarebbe il caso che questa evidente verità venisse infine acquisita: l’ ascesi non arricchisce la mente. Le privazioni non costituiscono una virtù.”, servitevi generosamente.

Esagerate.


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